Story of Jade

EP(2006) - Factory Of Apocalypse

VEROROCK
MONKEY MOON... or MONKEY MONK? Ecco un quesito che la band, di cui vado a parlarvi, un giorno dovrà chiarirci (chi ascolterà capirà)! *

Minacciosi come i Pantera; concettuali come i Node di “Das Kapital”; fantasiosi come i Kiss… permettetemi di dirvi che, come spesso accade, non mi trovo d’accordo con molti colleghi che recensiscono i gruppi italiani… Forse la cosa dipende proprio dal fatto che già negli anni ’80 mi accorsi dell’altissima qualità di molte Metal-band nostrali che non bisognava assolutamente sottovalutare. Quindi, al di là delle ovvie analogie con il look di King Diamond… e il growl nel cantato che lascerebbe pensare anche ai finlandesi CoB, come si è detto altrove… io vedo, invece, in questo interessantissimo quartetto toscano, più affinità ai gruppi da me citati in apertura, che altro. Ma la loro è una rilettura personale, non una clonazione, ed alla fine ne viene fuori un progetto originale che io dico andrebbe esibito ad un più vasto pubblico e… con orgoglio!

Grande gioia, grande sorpresa nell’ascoltare un cd fresco e con buone idee (qualcuna da sviluppare perché vedo addirittura miniere là) di cui come mio solito, prima di recensirlo, mi sono rifiutato di scrutare troppo le note di copertina per evitare fuorvianti influenze. Normalmente non cerco notizie sulla provenienza geografica (italiana o straniera e se italiana di dove), dei gruppi: niente foto supplementari; niente biografie; solo musica e, se possibile, ascolto in cuffia e ad occhi chiusi. Se la rivelazione viene, bene altrimenti… via! Poi… casomai, segue la curiosità di sapere chi sono, che hanno fatto e, soprattutto, cosa ancora andranno a fare!

Si, si… non vi preoccupate che questa volta è arrivata. Eeeeeeh… se è arrivata la rivelazione! Adoro questi gruppi che stanno riscrivendo la storia dell’HM con passione e preparazione!

Ma prima di descrivere le note di questo mini album, da me ascoltate, vorrei rimarcare un ultimo concetto per quanti ancora potrebbero scambiare la musica di questo quartetto come semplice Horror-Metal (nonostante essi stessi si definiscano: “An extreme horror heavy metal band”). No, guardate bene l’immagine della front-cover… si coglie benissimo un’attitudine concettuale lì e non un semplice tentativo di voler incappare nell’ennesimo e sterile remake a sfondo Gothic in salsa Thrash. Si tratta, bensì, di un voler dire qualcosa semplicemente servendosi dell’originario spirito del kitch & glamour estetico. Quindi credo che il loro limitativo autodefinirsi Horror sia… una questione di semplice modestia.

Eccoci… eccoci!
Ottima è stata l’idea, di questi Story of Jade, di anteporre uno strumentale, altamente suggestivo (un 40 secondi scarsi), che fa tutt’uno col resto dei 4 brani presenti nella raccolta. Mai presentazione fu più appropriata, laddove molti altri gruppi si dilungano con presentazioni belle ma, spesso, fuori dal contesto! Dall’interno di una particolare e rumorosa officina (una specie di bolgia dantesca) si ode il picchiare instancabile di minacciosi martelli. Non si capisce bene cosa stiano forgiando lì dentro (però all’ascoltatore pare d’intuire persino il sudore di operai al lavoro tra fiamme di altiforni…). Inoltre, dal di fuori della factory, si avverte un vago e rarefatto sapore di leggende nordiche (echi di nitriti di cavalli lontani). Ci pensate? una moderna fucina impiantata, al di là del tempo e dello spazio, tra folti ed oscuri boschi medievali! Ma poi, tutto ad un tratto, la situazione sembra sfuggire di mano: una porta si apre e qualcosa di terribile pare fuoriuscire di là. Una voce, umana solo per brevi cenni, lascia intuire cosa stia avvenendo: “Ooh my Good… I can’t believe my eyes!”, esclama l’ignaro testimone che si rende conto della sconcertante verità (ma… questa la conoscerete solo alla fine della recensione)!

Una esplosione al plastico e vomitosi rigurgiti di rabbia aprono la strada al primo vero brano cantato: “Factory of Apocalypse” che si dipana su una ritmica serrata di percussioni originalissime (adoro i batteristi creativi…) e buoni riff che si avvolgono in spirali infinite, e magistrali ‘stop and go’, accompagnati a volte da cori di voci maschili, dal tono vagamente politicizzato (mi capite… no?!) che aprono la strada ad un eccellente solo del chitarrista. Non trascurabili i vocalismi di un determinatissimo singer che sa, precisamente, quello che vuole, con la sua ugola al vetriolo nero (leggi black)!

S.O.S. (Son Of Satan) è la seconda song, con passo di mid-tempo, dove i virili cori di cui sopra sospingono lo sviluppo di una trama da chincaglieria satanica… ed ecco la chitarra tanto a lungo attesa che, su una momentanea “caduta” della base ritmica, ne approfitta per accennare uno spunto appena più arioso (che, ahimé, rimane solo un tentativo!), ma prima c’è un pizzico di folle “Carmina Burana” e poi, quando più in là si lancia e si dilunga nell’assolo definitivo, la sostiene, come al solito, una percussione che, con brevi tocchi, riesce a descrivere tutto un mondo (avevo l’impressione che il tasto del “null” di un computer, si fosse erroneamente inserito… macché era solo l’estroso batterista che si divertiva ad introdurre putridi suggerimenti destabilizzanti!). Bellissimo!

Segue “My Vein” un po’ più veloce delle precedenti (ed anche notevolmente più breve), l’unico vero e proprio tributo agli stilemi del più classico Black-Metal…

Ma con l’ultima “Devil Divine” siamo al capolavoro… grandioso il refrain (m’incuriosisce e vorrei conoscerne il testo completo della canzone) che quasi tocca i livelli sublimi del genere Metal (ma noi tutti sappiamo che i refrain Metal non sono sublimi per il solo genere… eh eh eh!) grandioso il ‘solo’ dove s’immagina un grosso e masochistico panello di burro martoriato da un’ascia… a sei corde!

Conclusione: si commetterebbe un delitto a sottovalutare la suggestiva introduzione strumentale di cui ho parlato che, senza dubbio, costituisce parte ineludibile del disco aiutando notevolmente a comprendere tutto il resto. Peccato che il lavoro, tra l’altro discretamente registrato, duri solo 18 minuti perché è questo davvero il caso in cui se ne vorrebbe sentire ancora ed ancora (e adesso che sto ripassando, senza musica nelle orecchie, quanto da me scritto… sento che sale la voglia di correre a riascoltarmelo, tutto d’un fiato)!

Ma… in definitiva, chi sono precisamente questi “The Story Of Jade”? Non lo so, so solo che il loro disco emana verdastri ed accattivanti bagliori sulfurei. Non li conoscete?! Bene, non ha importanza, presto sentirete ancora parlare di loro e se continueranno così è chiaro che, inevitabilmente, travolgeranno ogni ostacolo che dovesse sbarrargli il cammino!

“Ma, scusa Henry… cosa era sfuggito dalla porta aperta, di cui ci hai parlato in apertura?!”. È presto detto ragazzi: mica, idillicamente, credevate che Miss Jade fosse una romantica e ben depilata, signorina?! Quello è l’inizio del disgregativo e orribile caos primordiale, impacchettato e sparso ai quattro venti per tutto il mondo. Quella… è la fabbrica dell’Apocalisse!

(*) Si legge nel loro sito: “From the dark side... on the way to evil... Story Of Jade, evil metal for the night!!!”; mentre le parole d’apertura della recensione sono tratte da una loro canzone.


HFR
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Posted on 23 Nov 2006 by AG
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